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Prof. ordinario di Filosofia morale ed estetica musicale, Università Roma3
 
 
 
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E. Matassi

"Orfeo, Euridice e il Jazz"

Attraverso quali modalità viene individuato e legittimato il “propriamente musicale”? Già in ambito ottocentesco abbiamo indicazioni controverse: mentre in quello che può essere considerato l’atto di nascita della critica musicale moderna, la celebre recensione di E.Th.A. Hoffmann alla Quinta di Beethoven si sceglie la via della contrapposizione frontale con le altre arti, in particolare con quelle figurative, già con il fortunato pamphlet di Eduard Hanslick, Il bello musicale, nonostante le apparenze, siamo in una prospettiva diametralmente inversa.
L’andamento della progressione argomentativa dal II, al III fino al IV capitolo, è in proposito illuminante: se nella prima parte si insegue e persegue la specificità del bello musicale in contrapposizione alle altre arti, nell’ultima parte del IV capitolo si assiste, per così dire, ad un rovesciamento della sequenza argomentativa per tornare a riflettere problematicamente sull’utilità di un confronto per correlazione con esse: “Nella creazione e nella concezione musicali si deve mettere in rilievo un altro elemento che rappresenti quanto vi è di puramente estetico in quest’arte e che, in contrapposizione allo specifico potere della musica di suscitare sentimenti, si avvicini alle condizioni universali di bellezza delle altre arti. Questo elemento è la pura visione”.

Sono sempre rimasto colpito da una coincidenza che non può essere sottovalutata: il fatto che Carlo Ludovico Ragghianti in Cinema arte figurativa, in particolare nella sezione “Spazio, tempo, cinema, arte”, per rivendicare il carattere specifico del cinema nella sua declinazione figurativa, si riferisce proprio alla stessa sezione ed allo stesso capoverso dell’opera hanslickiana, dopo aver criticato l’impostazione ingenuamente ‘patrimonialistica’ del capitolo XVI del Laocoonte lessinghiano. Se già l’Ottocento propone soluzioni altamente problematiche, con il Novecento entriamo in una fase in cui il rapporto tra musica e pittura diventa veramente stringente; elenco in maniera approssimata alcuni esempi, sul piano teorico-filosofico, il capitolo IV del Tramonto dell’Occidente di Spengler in cui viene completamente a cadere l’impianto per cui la distinzione fra le arti possa passare attraverso la differenza di organi sensoriali di riferimento presuntivamente privilegiati: “Un quadro ‘cantante’ di Lorrain o di Watteau si rivolge propriamente così poco all’occhio fisico, quanto la musica creatrice di spazio a partire da Bach si rivolge all’orecchio fisico”.

Ed ancora, la ricerca di un nuovo concetto di ‘opera d’arte totale’ che attraversa l’esperienza espressionistica (Schönberg) per arrivare fino alla contemporaneità con Stockhausen che ha il vezzo di appendere le partiture alle pareti come fossero quadri viventi. E’ venuto il momento delle sinestesie, delle possibilità concrete di dialogo fra musica e pittura. La ricerca figurativa di Angela Rossi con le Icone del Jazz deve essere contestualizzata all’interno di tali nuovi movimenti con un ulteriore tasso di originalità, collocare al centro degli interessi il Jazz ed i suoi protagonisti. Una scelta coraggiosa che aspira ad esaltare quella dimensione ‘orfica’ del Jazz; l’espressione è dell’intellettuale che più di ogni altro si è aperto alla comprensione di questo importante fenomeno musicale, J.-P. Sartre. Nell’Orfeo negro Sartre definisce “orfica” ogni espressione artistica poetica connessa alla negritudine: “…chiamerò ‘orfica’ questa poesia, perché l’instancabile discesa del negro dentro di sé mi fa pensare ad Orfeo che va da Plutone a chiedergli la restituzione di Euridice… la sua Euridice svanirà in fumo se l’Orfeo negro si volta a guardarla, scenderà per il cammino regale della sua anima con la schiena volta al fondo della grotta; scenderà al di sotto delle parole e dei loro significati - ‘per pensare a te ho depositato tutte le parole al monte di pietà’ - al di sotto dei comportamenti quotidiani del livello della ‘ripetizione’, al di sotto persino delle prime scogliere della rivolta, con la schiena voltata e gli occhi chiusi, per toccare infine con i piedi nudi l’acqua nera dei sogni e del desiderio e lasciarvisi sommergere. Allora desiderio e sogno si solleveranno con un boato da maremoto, faranno danzare le parole come relitti di un naufragio e le getteranno infrante sulla riva, alla rinfusa”.

La negritudine, per adoperare il linguaggio di Heidegger, è “l’essere-nel- mondo” proprio del negro. Proprio tale carattere al contempo ‘orfico’ e ‘mondano’ della negritudine che tanto ha dato alla storia del Jazz viene esaltato nei quadri orizzontali e verticali di Angela Rossi. Carattere ‘orfico’ e ‘mondano’ che si riflette compiutamente anche nel rapporto che lega tutti i protagonisti dei quadri di Angela Rossi ai loro strumenti, un rapporto profondo, ‘consustanziale’, per utilizzare un vocabolo ‘difficile’.

Ciò che rende unica ed irripetibile l’esperienza del Jazz è proprio tale rapporto, un rapporto che in filigrana stava a rappresentare, come aveva intuito genialmente ancora Sartre, una riconsiderazione del nesso soggetto-oggetto dove il lato corporeo-‘strumentale’ non deve essere considerato un ‘accidente’. Un ripensamento foriero di rilevanti conseguenze: la contingenza umana non può essere redenta se non da questo rapporto avvincente e coinvolgente con la musica fin nei suoi aspetti più sensoriali, più ‘creaturali’, per servirsi dell’espressione di Walter Benjamin. I quadri di Angela Rossi stanno a rappresentare la situazione completamente inversa a quella decostruita da Nietzsche nella Santa Cecilia di Raffaello.

Gli strumenti musicali non giacciono a terra umiliati, stanno insieme ai protagonisti, fanno parte di loro, della loro interiorità ed esteriorità: “…poiché è una soggettività che si inscrive nell’oggettivo, la Negritudine deve prendere corpo in una poesia, cioè in una soggettività-oggetto: poiché è un Archetipo ed un Valore, troverà il suo simbolo più trasparente nei valori estetici: poiché è un appello ed un dono, può farsi capire ed offrirsi solo per mezzo dell’opera d’arte, che è appello alla libertà dello spettatore e generosità assoluta. La Negritudine è il contenuto della poesia, è la poesia come cosa del mondo, misteriosa ed aperta, indecifrabile e suggestiva…” Sono le parole conclusive dell’Orfeo negro di J.-P. Sartre che ben si confanno all’esperienza del Jazz e delle sue icone così ben rappresentate da Angela Rossi, la

Negritudine come trionfo del Narcisismo e suicidio di Narciso, tensione dell’anima al di là della cultura, delle parole e di tutti i fatti psichici, notte luminosa del non sapere. E’ così se Nietzsche nei suoi frammenti della primavera del 1871 affermerà che mai un suono potrà essere partorito da un’immagine - si tratterebbe di un parto contro natura, simile ad un figlio che voglia generare il proprio padre in una sorta di mondo capovolto, rovesciato, nei quadri di Angela Rossi si assiste alla compiuta compenetrazione immagine-suono. Essi testimoniano che al limite, come preannunciava Hanslick, tra la più pura visione ed il più incontaminato dei suoni non vi è differenza alcuna. Siamo sul piano della espressività più radicale, della espressività che anche quando prevede la presenza decisiva di ‘strumenti’ (musicali) è manifestazione del creaturale, del suono più originario della creatura. I quadri di Angela Rossi non offrono dunque alcun messaggio facilmente anestetizzante: la negritudine musicale è raffigurata come un atto più che come una disposizione. Ma l’atto, ogni atto è anche una determinazione interiore: non si tratterà più di prendere in mano e di trasformare i beni di questo mondo, ma di esistere nel mondo. La relazione con l’universo rimane un’appropriazione, che però non è di natura tecnica.

Una simile rivendicazione altezzosa della non-tecnicità rovescia la situazione: quella che poteva passare per una deficienza diventa fonte positiva di ricchezza. Il rapporto tecnico con la Natura la rivela come quantità pura, inerzia ed esteriorità: la Natura muore. Rifiutandosi orgogliosamente di essere homo faber, il negro le restituisce la vita. Lui si leva e si irrigidisce come un incantatore di uccelli e le cose vengono a posarsi sui rami di questo falso albero. Si tratta di un modo di captare il mondo, ma un modo magico, nel silenzio e nel riposo. Questa lezione di coinvolgimento non ‘tecnico’, di silenzio e di riposo, questo nuovo senso incantato della vita è trasmesso dai quadri ‘viventi’ e ‘risuonanti’ di Angela Rossi.

Elio Matassi Roma, 8 giugno 2006

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