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Critico
d'arte e curatore del Catalogo 'Icone del Jazz', Angelus Novus
Ed. 2004
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A.
Gasbarrini
Dal
catalogo "Icone del Jazz", Angelus Novus Ed. 2004
Musica e pittura, ovvero suono e colore. A questi due padri della
modernità, Schonberg e Kandinsky, va ricondotto il merito di aver
posto agli inizi del Novecento - con il loro illuministico carteggio
- le basi teoretiche della contiguità sinestetica esistente tra
le due discipline creative. Contiguità individuabile nella dissonanza
più che nell'armonia di suoni e colori rivoluzionari confluiti poi
nella pittura astratta di Kandinsky e nella musica dodecafonica
di Schonberg.
Ed è soprattutto un quadro di Kandinsky, Impression 3 (Konzert)
dipinto nel 1911 a seguito del coinvolgimento emotivo suscitatogli
da un concerto di Schonberg, a chiarire emblematicamente (grazie
anche alle riflessioni sviluppate così magistralmente nel libro
Lo spirituale dell'arte uscito nel dicembre di quello stesso anno)
l'interconnessione sonora esistente tra l'astraente superficie nera
del pianoforte a coda e l'ampia campitura gialla sottostante: "Come
un eterno silenzio senza futuro e senza speranza risuona interiormente
il nero (…) il colore meno dotato di suono, sul quale perciò ogni
altro colore, anche quello che ha il suono più debole, acquista
un suono più forte e più preciso (….) il giallo, che ha una grande
inclinazione ai toni più chiari (ha una specifica proprietà) che
può essere portata a un'intensità e a un livello intollerabile all'occhio
e all'anima.
Portato a questo livello, esso emette un suono paragonabile a quello
di una tromba acuta, suonata sempre più forte o al suono di una
fanfara sempre più alto". Pur dovendo tralasciare a malincuore la
citazione delle intriganti argomentazioni kandinskiane sugli altri
colori (blu, rosso, verde e bianco, in particolare), non dispiace
inoltrarci, con questa breve nota critica, nei paralleli "colori
sonori" di Angela Rossi, il cui ciclo pittorico Icone del Jazz -
nelle sue trenta cartesiane superfici in plexiglas di cm. 70x100
(quadri orizzontali) e 100x70 (quadri verticali) - ripropone, in
termini emblematici, quell'indissolubile legame esistente tra musica
e pittura qui ripercorso nelle effigi dei principali protagonisti
(anche contemporanei) della musica jazz. Una musica che a cominciare
già dal colore della pelle ha in un certo qual modo esemplificato,
con il corporale nero e bianco dei suoi leggendari eroi, gli spunti
teoretici kandinskiani, passando dalle malinconiche quanto calde,
disperanti ed istintive sequenze ritmiche dei blues e delle sue
altre varianti, alle più sofisticate e razionali soluzioni pentagrammatiche
cool.
Queste Icone del Jazz, già nel loro titolo, evocano la sacralità,
l'aura di immagini che nel rapportarsi ai nomi cult della storia
del jazz, rispettano innanzitutto le modalità tecniche delle icone
sacre dipinte su vetro, la cui caratteristica saliente è quella
di dover essere ideate e pensate in negativo, in quanto dipingendo
sul retro della superficie trasparente si garantisce sia la maggiore
resistenza dei pigmenti alle alterazioni cromatiche dovute all'inesorabile
scorrere del tempo, sia una maggiore fluidità degli effetti luministici
e plastici.
Quanto alle caratteristiche somatiche dei personaggi ritratti, così
familiari anche ai non addetti ai lavori nelle loro riconoscibilissime
posture legate a questo o quello strumento musicale, voce compresa,
Angela Rossi si è ispirata a fotografie canoniche reperite nei mass-media
(giornali, riviste, libri, Internet, copertine) reinterpretate secondo
una poetica figurativa di chiara ascendenza post-pop (e non poteva
essere altrimenti, tenuto anche conto delle origini statunitensi
della musica jazz), a sua volta alimentata da una gestualità materico-informale.
Da qui deriva l'essenziale modernità di un impaginato pittorico
che anziché soffermarsi sui dettagli realistici antropomorfici o
strumentali, predilige la rievocazione di un'atmosfera, un habitat
in cui lo sfondo di spazi chiusi o aperti, fa da quinta ora ad ovattate,
struggenti sonorità, ora a modulazioni ritmiche incalzate da colori
massivi, sussurrati quasi e mai espressionisticamente gridati.
Inoltre, la fonte iconografica da cui è stato attinto lo spunto
creativo, in alcune opere, è stata volutamente dipinta sul retro
del plexiglas in positivo, sicchè l'immagine finale apparirà nel
quadro ruotata di 180 gradi rispetto a quella originale. (….) Il
perfido duello in tal modo inscenato tra realtà e finzione, o finzione
(della tridimensionalità pittorica, ma anche della presunta fedeltà
realistica della fotografia) di cangianti fisionomie "colte sul
fatto" delle loro performances, rimescola le carte di un'arte contemporanea
sempre più spaesante e spaesata. Da qui la constatazione di alcuni
azzardi cromatici (peraltro ben riusciti) attestati nei vari ritratti
su "viraggi" ora caldi e terrosi, ora bluastri, ancora grigio-cenere
(ma anche con deviazioni "acide" giallo-verdi), il tutto prospetticamente
impostato con il primo piano di volti e corpi felicemente elasticizzati.
La differenza sostanziale tra la matrice fotografica di base, geneticamente
schiacciata e bidimensionale e la sua rielaborazione pittorica volumetrizzata,
è da cogliere tutta nella vitalità impressa da Angela Rossi ad ogni
singola icona, quasi sempre psicologicamente riproposta all'interno
di una polare dialettica apollineo-dionisiaca, a sua volta suggerita
dalle singole vicende biografiche, spesso tragiche e drammatiche.
E quasi a voler riannodare le trame interrotte dell'oraziana Ut
pictura poesis, vale a dire una pittura parlante, e perciò sonora,
alla stregua della poesia ("Simonide - dice Plutarco - definiva
la pittura una poesia silenziosa e la poesia una pittura parlante;
giacchè le azioni che i pittori dipingono nell'atto del loro compiersi,
le parole le descrivono dopo che sono compiute"), l'artista abruzzese,
ma di formazione lombarda, focalizza la sua attenzione sulla dinamizzata
resa plastica di mani e bocche, "utensili" primari di ogni pratica
musicale canora e/o strumentale. Ma anche su pause e silenzi di
sguardi che stanno lì lì per smarrirsi, di generosi fiati dilatati
fino all'ultimo respiro, di braccia e mani sfibrate dagli incalzanti
ritmi di una batteria. In sintesi, anche se è il sorriso ad illuminare
qualche volto (Dizzy Gillespie, Sarah Vaughan, Art Blakey) o una
perfetta fusione tra performer e strumento musicale ad esaltare
la percepibilità di "suoni visuali" (Duke Ellington, Joe Mc Fee,
Charles Mingus, John Coltrane, Louis Armstrong, Sonny Rollins, Eric
Dolphy), è comunque lo spleen baudeleriano ad aleggiare tra le note
di una pittura timbrica in grado di esasperare al massimo contrasti
luministici fuoriusciti dalle ampie campiture notturne dei neri-carbone:
lo sguardo di Ella Fitzgerald proiettato oltre l'infinito e quello
irrequieto di Miles Davis capace di trasmetterci il greve peso di
un disagio esistenziale, sembrano rincorrere l'ineliminabile solitudine
cosmica di Chet Baker e Enrico Rava pressochè risucchiati dagli
attornianti grigi, riscaldati cromaticamente a tratti dai narcotizzanti
fumi della sigaretta di Thelonius Monk e congelati poi nella fantasmatica,
evanescente figura di Bill Evans. Antonio Gasbarrini Tratto dal
Catalogo: Angela Rossi “Icone del Jazz”, Angelus Novus Edizioni,
2004 |
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